Acqua, una occasione perduta

MAURO D’ASCENZI (*) Il coordinamento del Pd di Novi – a cui non mi è sta­to permesso di partecipare, non essendone io mem­bro – ha deciso di aderire ai tre referendum su l’ac­qua: quelli contro l’industrializzazione e l’efficentamento del servizio idrico. Prima o poi bisognerà smetterla di definirli «contro la privatizzazione del­l’acqua», poiché tutte le leggi, anche le più recenti e discutibili, ribadiscono il carattere pubblico dell’ac­qua e delle reti. Il Pd di Novi, «a maggioranza» ha fatto di più. È andato oltre a quello nazionale, il qua­le non ha aderito e anzi propone un documento che nella sostanza va nella direzione opposta ai quesiti referendari. Ma non si sottrae comunque all’ambi­guità esprimendo «simpatia» per questa iniziativa. Forse anche da ciò derivala decisione del circolò novese. Si è persa un’occasione per definire meglio la peculiarità riformista del Partito Democratico. Una sua posizione nettamente contraria sia agli statali­sti che ai liberisti avrebbe potuto, in questo caso, es­sere espressa senza doppiezza e con coerenza. La battaglia delle idee non disorienta al contrario qua­lifica ed orienta: certo bisogna averle, in loro assen­za si soffre il complesso dei gazebo degli altri. Si sappia che se passassero i primi due quesiti le am­ministrazioni locali non potrebbero più scegliere la forma di gestione. Questa potrà essere solo pubblica. Abbiamo esempi virtuosi, ma anche carrozzoni che hanno sperperato risorse e fornito un pessimo servizio alla propria popolazione. Spesso sono stati spazzati via da Tangentopoli, altre volte i costi si so­no scaricati sulle aziende che hanno dovuto sosti­tuirle e quindi sui loro dipendenti e sugli utenti. Be­ne, se ad un cittadino sfigato dovesse capitare una simile gestione non vi sarebbe alternativa: la sua am­ministrazione non potrà selezionare un nuovo gesto­re, neanche se a maggioranza pubblica, che magari si è reso efficiente proprio per aver saputo combinare le parti migliori del pubblico e del privato. Non mi si dica che non abbiamo già vissuto proprio in questa zona sia l’esperienza degli sprechi che quella dell’efficienza. Ora i referendum eliminano persi­ne il dibattito tra pubblico e privato perché rende­rebbero, se passassero, obbligatoria la sola gestione attraverso ente pubblico. Una tale situazione ci accomunerebbe soltanto alla Corea del Nord, visto che anche la Cuba Castrista ha siglato un accordo con Agbar, grande azienda spa­gnola, per gestire con forme miste pubblico-privato alcune reti idriche dell’isola caraibica, tra cui l’Ava­na. Persine per un settore ben più delicato di questo, come la sanità, a nessuno viene in mente di sostene­re un referendum che a Novi, per esempio, elimini la struttura medica privata a cui tutti ci rivolgiamo o di statalizzare i produttori di farmaci, soprattutto di quelli salvavita. Con il terzo quesito si impedisce la remunerazione del capitale investito. Ora, chiunque di acqua se ne occupi veramente sa che il problema principale,è quello degli investimen­ti. Sono un problema, ma anche una opportunità. Sessanta miliardi di euro occorrono per ammoder­nare la rete idrica, per salvaguardare la risorsa an­che per le future generazioni, per realizzare i depu­ratori ovunque, diminuendo l’inquinamento e recu­perando l’acqua depurata per scopi industriali e agricoli, per portarla a tutti dal nord al sud, 24 ore su 24, ricchi e poveri. Insomma siamo anche di fron­te ad una grande occasione di sviluppo dell’industria dell’acqua, della ricerca, delle tecnologie innovati­ve. Chi lo fa tutto questo: il consorzio della comuni­tà montana? Una nuova cassa per il Mezzogiorno? E da dove prendiamo questi soldi? Dalle tasse degli italiani? O aumentando il debito pubblico? Mi sembra che non vi sia governo europeo di destra o di sinistra che non abbia come obiettivo principa­le quello di abbattere sia le tasse che il debito, pro­prio per contrastare la crisi economica. Anche qui perché non si promuove un referendum per impedire la remunerazione, cioè il giusto inte­resse sui capitali investiti, nella ricerca della cura delle malattie o nella produzione di farmaci essen­ziali per la sopravvivenza: non è anche questo Un diritto di tutti? Non è anche questo un problema di principio? Chi non si augurerebbe esattamente il contrario? Naturalmente tutti credono di parlare di acqua ma parlano d’altro. Non si pongono neanche il problema di conoscerne le vere problematiche economiche, sociali industriali. Parlano solo di modali­tà di affidamento del servizio. La stessa cosa fa la legge del governo, con errori spe­culari a quelli referendari, ma meno totalizzanti e quindi più emendabili. Su questo versante dovrebbe cimentarsi un partito riformista che voglia avere una propria fisionomia originale. Avanzando sue proposte concrete e alternative, ne ha le competen­ze, le usi. Si illude chi pensa che questa sia una battaglia di principio destinata a rilanciare il Pd, oppure chi ri­tiene utile accodarsi per opportunismo ai cosiddetti movimenti: al contrario, il dibattito farà emergere, prima o poi, le mistificazioni e con esse l’occasione persa di dire la cosa giusta senza ambiguità e senza doppiezze. Post scriptum: alla decisione del Pd hanno contri­buito alcuni amministratori comunali, cioè i proprietari pro tempore dell’Acos spa. Quindi hanno vo­tato per togliere la gestione dell’acqua alla loro azienda e darla a qualche fantomatico o esistente carrozzone pubblico. perché questo sarebbe l’effet­to dei referendum. Il comune di Novi fu uno dei pri­mi in Italia a trasformare la propria azienda muni­cipalizzata in spa e a selezionare un socio industria­le. Ed ha ulteriormente fino ad oggi sviluppato questa strategia. La società mista che ne è scaturita ha dato buoni risultati. Ora i casi sono due: o siamo in presenza di un repentino cambio di programma, op­pure, occorre, per capire, ricorrere ad una delle più solide categorie interpretative della sinistra: il tafazzismo. Tafazzi, ricordo, è quel personaggio creato dalla satira politica, che si compiace nel darsi, con una bottiglia vuota, delle gran botte sui propri testi­coli.

(*) Amministratore delegato Acos spa e vicepresidente nazionale di Federutility.

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