La grande rete ai raggi X

E mettiamolo pure sotto i raggi x questa Ragnatela delle società partecipate dagli enti pubblici, dai Comuni e dalle Province, che proliferano e proliferano, imbastendo un sistema sempre più gigantesco. Un cancro che “attacca” le istituzioni e alimenta la moltiplicazione della casta, la moltiplicazione delle clientele, il boom delle consulenze e dello spreco, come si è visto nel viaggio partito da Alessandria capitale. Vai a cercare un parere illustre, scientifico e anche maturato sul campo come quello del professor Federico Fontana, docente di Economia aziendale e controllo di gestione a Economia e Commercio e Giurisprudenza a Genova e anche presidente del Cit, una delle società partecipate-chiave a Novi Ligure e già assessore al Bilancio del Comune di Novi nell’era Lovelli, proprio quando nacque la spinta virtuosa verso le società partecipate per scaricare i Comuni dal peso del servizio pubblico, con l’ascesa di uomini forti come, Mauro D’Ascenzi, oggi il ‘re’ di Acos e del sistema solare che vi ruota intorno tra Novi e Tortona e scopri che quella Ragnatela la puoi radiografare anche da ben diversi angoli visuali. Misurando la gestione, l’efficienza del servizio, i numeri delle tariffe. Fontana parla da professore, alla cui porta gli studenti dell’Università bussano uno dopo l’altro. Fontana parla anche da amministratore pubblico quale è stato nella storia recente di Novi. Fontana parla socchiudendo gli occhi nel suo ufficio nel ventre del porto di Genova in Darsena, dove la facoltà di Economia pulsa alle spalle del Museo del Mare. Riflette ed elenca, il prof, ricostruendo il percorso storico delle società partecipate, le svolte legislative e l’approdo finale. Senza nascondere nulla del fenomeno-Ragnatela, ma raccogliendone anche gli spunti positivi e guardando in faccia i rischi corsi anche personalmente nella sua qualità di amministratore.

– Professore, ma questo sembra un vero scandalo, a partire dal numero delle società, del loro personale, del loro costo, del numero delle poltrone? Anche da Novi può essere presentato così questa degenerazione che suscita polemiche, a partire da quelle nate intorno ai numeri statistici che noi stessi abbiamo pubblicato nella nostra inchiesta in riferimento al boom dei consiglieri, delle poltrone?

«Intanto attenzione ai dati, che possono essere confusi ed esagerati senza responsabilità di chi li trasmette, siano i siti dei Comuni o dei Ministeri. Può succedere che sia Novi che Tortona, che partecipano alla stessa società, trasmettano ambedue lo stesso numero al Ministero che li somma senzadistinguere. Ci sono società che hanno come azionisti decine di Comuni sullo stesso territorio… Gli equivoci sono, quindi, facili e si prestano a strumentalizzazioni. Nel settore dei rifiuti e in quello idrico il frazionamento tra Comuni anche “forti”, Novi, Tortona e recentemente anche Acqui, che non aveva siti, è frequente. E pensare che siamo partiti nel 2000, dopo la legge Bassanini proprio a Novi con l’operazione Acos-Amga, mettendo in piedi una delle prime società in Italia a occuparsi del servizio idrico con una formula mista pubblico-privato e con una privatizzazione che era formale più che sostanziale. Incominciammo proprio qua, garantendo servizi pubblici seri con tariffe buone con il Comune che acquisiva, con l’operazione risorse importanti e il cittadino che incominciava ad avere un buon servizio a tariffe giuste. Era stata quella amministrazione comunale ad avere l’intuizione di seguire su quella strada l’Amga di Genova».

– Ma chiariamo: allora quale era il modello che stava uscendo dalla legge Bassanini e dalle sue prime applicazioni, pubblico o privato?

«Era uno strumento neutro, costruito con Mauro D’Ascenzi grazie a una scelta vincente per Acos, che garantiva risultati ottimi e investimenti che sarebbero potuti crescere nel tempo. È chiaro che se questo stesso modello si usa per altri scopi, se si cercano altri obiettivi che non siano la qualità e il prezzo buono dei servizi per il cittadino, allora il sistema si corrompe e si creano anche tensioni tra pubblico e privato».

– Quindi il suo giudizio su quello che è diventato a Novi Acos è positivo, dieci anni dopo?

«Acos è un caso felice. Nell’economia mista quale era il rischio, che l’Ente pubblico perdesse il controllo dei servizi. Qua non è successo. Acos è diventata una galassia che funziona, fa nascere altre società, anche ben lontano dal suo circuito iniziale, ma garantisce servizi buoni, tariffe buone… Il dubbio che mi rimane semmai è quanto il Comune di Novi partecipi effettivamente, quanto decida. Credo poco. Diciamo che la governance sta in altre mani…»

– Ma, lasciando da parte il caso specifico il sistema in generale, non si è deteriorato?

«Da metà degli anni Novanta al 2005 c’è stato, in generale, in Italia un vero boom di società, favorito dal legislatore nazionale. I pilastri di quella riforma erano l’aziendalizzazione, la privatizzazione, la liberalizzazione dove era possibile delle società da pubbliche a private. L’obbligo della trasformazione riguardava anche i Consorzi sotto la spinta generale anche della moratoria con grandi vantaggi fiscali. Sul nostro territorio la rivoluzione aveva voluto dire la nascita non solo di Acos, ma anche del Cit, di Srt, di Acos…Poi dal 2000 al 2005 con l’euro e la salvaguardia degli Enti Pubblici, attraverso il patto di stabilità, il fenomeno si è accelerato ed è ovvio perché: si portavano fuori pezzi di gestione dei servizi pubblici dal Comune e dalla Provincia, ci si liberava dai vincoli di assunzioni che avrebbero fatto saltare quel patto di stabilità e quindi boom».

– E in questo modo si è partiti verso un crack globale del sistema partecipate?

«È successo che un fenomeno così forte e diffuso anche per attività che avevano poco a che fare con il servizio del cittadino ha incominciato a generare costi di struttura non necessari. E poi come si sostengono questi costi se non sono più assistiti dagli utili? Tutto lievita e va fuori controllo».

– Si arriva allo scandalo di Alessandria che ha più dipendenti delle società partecipate che dello stesso Comune!

«Non è sorprendente. Si è usata la forma privatistica per finalità diverse e sono nate troppe società. C’è stata una proliferazione anche per aggirare, come dicevamo prima, il patto di stabilità e per moltiplicare i luoghi di rappresentanza e di potere. Il vero costo della politica non è il gettone di presenza, consulenze a pane, ma è quanto costa un intero consiglio di amministrazione, se lo devi creare per dare visibilità, per costruire un senso generale a una attività che non è indispensabile, ma che costa. Accade inevitabilmente che quella società non sia affidata a figure professionali ma politiche. Eccolo il vero peso del sistema che degenera».

– E come si esce da una trappola di questo tipo?

«Faccio un esempio che conosco bene, quello del Cit di Novi. Sta per diventare una società mista entro marzo anche grazie alle nuove disposizioni di legge. È una società cui partecipano 15 comuni, Novi ha il 35 per cento, poi ci sono anche Serravalle, Arquata, Borghetto… Il compito oggi è di dare una sterzata per salvaguardare la società dai tagli che inesorabilmente calano sul servizio l’alessandrino devono decidere la soluzione del tema: inceneritore, termovalorizzatore? Novi e Tortona da tempo trattano il tema delle discariche insieme e sono stati lungimiranti con D’Ascenzi, che si occupa della raccolta attraverso le sue società. Ma il vero business non è la raccolta, piuttosto è lo smaltimento che consente margini».

– Insomma professore con tutti questi cambiamenti quale appare la conclusione, il giudizio sulla “costruzione” e riforma di queste società partecipate?

«Che sono uno strumento. Se le si usa per finalità non proprie e svantaggiate per la comunità si distorce quel sistema, come avviene. Lei mi può chiedere come si è comportata la politica legislativa, e la politica in generale, verso questo sistema che mutava anche così grossolanamente. Fino al 2005 il sistema è stato favorito, dal 2006 con il ministro Bersani sono incominciati i freni, i paletti alle società strumentali. Se una società ha quello scopo può perseguire solo quello e avrà meno consiglieri, meno compensi, più vincoli alle assunzioni. Poi nel 2008 era arrivata la riforma dei Servizi pubblici locali con l’abrogazione del cosiddetto modello in house. Ma la manovra del ferragosto 2011 nell’articolo 4 ha ripristinato il vecchio modello, escludendo per esempio il servizio idrico integrato sulla spinta del referendum tanto discusso sulla acqua. Ora la disciplina prevede i vincoli per le società strumentali e servizi locali per il ciclo idrico, per quello farmaceutico, per il trasporto regionale ferroviario e per altri ambiti del trasporto locale. E introduce le società miste, limitando quella a capitale esclusivamente pubblico solo per servizi che abbiano un valore annuo del valore fino a 900 mila euro. Insomma se si deve gestire direttamente un servizio pubblico, perché rimanere nelle forme giuridiche di un modello privatistico? Meglio una soluzione pubblicistica, che abbia una forma più snella, agile». (Franco Manzitti)

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