Niente sconti sulle utility

Di Francesco Cerisano

Niente colpi di coda sulla riforma del­le utility. I comuni che pensano di aggirare in qualche modo le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali dovranno rasse­gnarsi, perché la legge e il rego­lamento attuativo costituiscono un quadro normativo certo che non è possibile interpretare a proprio uso e consumo» .Nel giorno in cui il presidente della repubblica, Giorgio Napoli­tano, ha posto la firma sul dpr attuativo della riforma (art. 15 del di 135/2009, convertito nel­la legge n. 166/2009), dando di fatto il via alle liberalizzazioni (ora si attende la pubblicazione del testo in Gazzetta Ufficiale) il ministro per gli affari regionali, Raffaele Fitto, lancia un mes­saggio chiaro ai sindaci: «niente scherzi, perché il governo vigile­rà sull’attuazione». E iniziative come quelle dell’Anci, che sta­rebbe pensando di costituire un fondo pubblico-privato in cui far confluire le quote che i comuni dovranno obbligatoriamente di­smettere (il 40% entro il 2011, mentre, per quanto riguarda le società quotate, le partecipazio­ni in mano pubblica dovranno scendere al 40% entro il 30 giu­gno 2013 e al 30% entro il 31 di­cembre 2015) saranno «valutate con attenzione per verificarne la compatibilità con la riforma». Domanda. Ministro, con la firma del regolamento sui ser­vizi pubblici locali da parte del presidente Napolitano, la libe­ralizzazione delle utility entra nel vivo. Ora non ci saranno più scuse per i comuni che vorranno continuare a mantenere forme di «socialismo municipale» non più consentite dalla legge. Tut­tavia da più parte si registrano tentativi per boicottare la ri­forma. È preoccupato o crede che alla fine gli enti locali do­vranno rassegnarsi ad attuare la legge? Risposta. Con la firma del Capo dello stato si conclude l’iter della riforma. Sono soddisfatto perché il governo l’ha approvata in tempi rapidi realizzando un quadro normativo chiaro e mo­derno ispirato ai principi della concorrenza e della trasparenza. Due concetti che vanno a tutela dei cittadini e della qualità dei servizi pubblici (acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale). Sono convinto che il rischio che le liberalizzazioni possano rimanere lettera morta non ci sia. Vigileremo perché questo non acca­da, perché è il momento di avviare una nuova stagione di investimento in un settore di^ grandissi­ma rilevanza economica e sociale. Tra i tentativi messi in atto dai comuni per gestire le liberaliz­zazioni, soprat­tutto nel setto­re dell’acqua, si registra, l’idea dell’Anci di costituire un fondo, gestito da una sgr, in cui confluireb­bero le quote dismesse dai comuni. Il 51% di questo fondo andrebbe sul merca­to, mentre il 49% resterebbe in mano pubblica. Ma da più par­ti si fa come questa soluzione, che peraltro piace al sindaco di Roma Gianni Alemanno, fareb­be rientrare dalla finestra quel «socialismo municipale» a cui la sua riforma sta tentando di dire addio. Qual è la sua opinione a riguardo? R. Quando l’Anci mi presen­terà ufficialmente questa solu­zione la valuterò con attenzione per verificarne la compatibilità con il di 135. Per il momento non ne ho ancora parlato con il presidente Chiamparino. Quello che posso dire è che il giudizio dell’An­ci sia sulla riforma che sul regolamento attuativo è sempre stato positivo. L’Associazione dei comuni ha votato a favore delle liberalizza­zioni in conferenza unificata dopo che sono stati recepiti molti de­gli emendamenti propo­sti dai sindaci. Ecco per­ché mi sorpren­derebbe un atteg­giamento dell’Anci che punti a ostacolare l’ingresso dei priva­ti nel settore delle utility. Ma sono sicuro che non sarà così. D. Il fronte più caldo di prote­sta contro la sua riforma arriva dal settore idrico, n governo è stato accusato di aver voluto svendere l’acqua e sono state raccolte firme per cancellare la norma con referendum. Tutta­via nel regolamento firmato da Napolitano si dice chiaramente che nel settore idrico le gestioni in house potranno continuare a determinate condizioni (bilanci in utile, reinvestimento di al­meno l’80% degli utili, tariffe al di sotto della media). Come mai allora queste continue po­lemiche? R. Francamente le trovo im­barazzanti. Abbiamo più volte precisato e, a scanso di equi­voci, l’abbiamo persine scritto a chiare lettere nel testo della norma (accogliendo un emen­damento del Pd in questo sen­so) che la proprietà dell’acqua resta pubblica. Ora non mi sorprende che la sinistra radi­cale o l’Italia dei valori soffino sul fuoco della protesta, ma che lo faccia anche il Pd, questo lo trovo irresponsabile. Non c’è in atto alcuna svendita dell’acqua pubblica. Le società pubbliche potranno partecipare alle gare e confrontarsi con i privati, così come vogliono i principi del libe­ro mercato. Se saranno in gra­do di vincere le gare, continue­ranno a gestire l’acqua. E per di più, pur avendo fortemente Limitato le gestioni in house, in quanto astrattamente limitati­ve della concorrenza, abbiamo previsto ipotesi in cui queste possano continuare ad esistere dopo aver ricevuto l’ok dall’An­titrust. A due condizioni: non dovranno essere svantaggiose per i cittadini e si dovranno re­gistrare particolari condizioni di efficienza gestionale.

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