Di Andrea Mascolini La metà delle gestioni in house dei servizi idrici integrati è in regola. Sono invece 14 le gestioni che hanno potuto regolarizzarsi a breve, mentre 12 gestioni occorre che si conformino alle prescrizioni dell’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici entro 60 giorni per avere il via libera; infine in tre casi si è in presenza di illegittimità rispetto ai principi della giurisprudenza comunitaria e alle disposizioni di legge sugli affidamenti in house. È quanto risulta dopo la conclusione dell’indagine sugli affidamenti in house dei servizi idrici integrati avviata dall’Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici presieduta da Luigi Giampaolino e formalizzata nella delibera n. 24 del primo aprile 2009 di cui è stato relatore Andrea Camanzi. L’indagine sulle gestioni in house (che si realizzano attraverso società interamente pubbliche affidatane dirette della gestione del servizio idrico integrato da parte delle Ato, le Autorità di ambito ottimale) era partita quasi un anno fa (delibera 16 del 7 maggio 2008) ed ha visto in questi ultimi mesi migliorare una situazione che nello scorso novembre vedeva soltanto sei gestioni in regola con le norme e la giurisprudenza. Particolarmente soddisfatto del lavoro condotto è il presidente dell’Autorità : «abbiamo esaminato il settore dei servizi idrici integrati con approccio pragmatico, andando a vedere gli affidamenti uno per uno. Si è trattato di un lavoro lungo e faticoso, svolto in assoluta trasparenza, ascoltando tutti i gestori che lo hanno richiesto e prendendo atto delle più recenti sentenze della Corte di giustizia Ue». Il presidente dell’Autorità, Luigi Giampaolino, ha poi aggiunto che i risultati conseguiti «sono molto soddisfacenti sia per il lavoro altamente qualificato dell’Autorità, sia per i comportamenti collaborativi e la volontà di adeguamento delle società di gestione idrica alle nostre indicazioni». L’Autorità ha quindi verificato caso per caso i parametri elaborati dalla giurisprudenza comunitaria per ritenere legittimo un affidamento in house (che, precisa l’Autorità citando le sentenze europee, rimane sempre una modalità derogatoria ed eccezionale rispetto all’affidamento con gara): il cosiddetto controllo analogo, esercitato dall’ente pubblico sulla società alla stessa stregua di quello esercitato sui propri uffici e il fatto che il gestore svolga l’attività prevalente verso l’ente pubblico di appartenenza. Alla fine del complesso lavoro, che ha visto l’organismo di vigilanza formulare diverse osservazioni a seguito della ricezione delle schede informative, su 61 casi esaminati i soggetti in regola con la disciplina delle gestioni in house sono risultati 32 (rispetto alle sei di novembre). Per altri 14 i gestori il via libera dell’Autorità è arrivato dopo che i soggetti gestori hanno fornito assicurazioni e impegni finalizzati all’adeguamento alle indicazioni formulate dall’organismo di vigilanza (e l’attuazione di tali impegni dovrà essere provata entro 60 giorni). Per 12 gestioni, invece, la legittimità della gestione potrà conseguire soltanto all’avvenuta adozione di specifici rimedi indicati dall’Autorità. Rimangono invece soltanto tre i casi di gestioni non conformi alla disciplina dell’in house providing. Questi gestori avranno il termine di 30 giorni per comunicare modalità e tempi delle procedure che intendono adottare per mettersi in regola con il Codice dei contratti. Non è significativo che tutti i comuni dell’Ato siano soci della gestione in house, ma ciò a condizione che i comuni non soci «rappresentino una percentuale esigua» e che il gestore svolga per i comuni non soci una attività «quantitativamente irrisoria e qualitativamente irrilevante, e comunque non con carattere commerciale».